PALLACANESTRO REGGIANA L'ADDIO DEL MANAGER TUTTO MI E SERVITO PER IMPARARE «HO INIZIATO FACENDO L'ADDETTO STAMPA MA IN REALTÀ MI SONO OCCUPATO DI TANTE COSE ANCHE DI BIGLIETTERIA E MAGAZZINO...» SUCCESSO Dalla Salda in un momento di gioia con Frosini SINTONIA «Ivan Paterlini fiuta spesso dove sta l'affare» GRINTA «Andrea Cinciarini dà sempre il I 10 per cento» «Mi è mancato solo lo scudetto» Dalla Salda «Ma non dimentico il 2011, quando eravamo a un passo dai dilettanti...» NUOVA AVVENTURA Alessandro Dalla Salda, 50 anni, è passato alla Virtus Bologna dopo ben 21 anni di lavoro in Pallacanestro Reggiana Qui sotto, il patron Stefano Landi Francesco Pioppi «VI CHIEDO scusa se dovrete stare un do' stretti, ma ci tenevo a chiude- re questa fantastica esperienza con Pallacanestro Reggiana proprio in questa stanza, dove nell'agosto del 1997 ho firmato il primo mio con- tratto con l'allora presidente Elio Monducci: questa è stata la sede, anzi la casa di quella che per me è stata e sarà sempre una famiglia bellissima». Alessandro Dalla Salda, perché ha lasciato il club? «Mi considero sempre uno sportivo, oltre che un dirigente, e come tale mi piacciono le sfide: voglio dimostrare di saper fare il mio lavoro non solo a casa mia, nella mia famiglia, ma anche altrove. Qui avevo tutto, adesso inizia una nuova avventura». Vede patron Landi ancora motivato? «Assolutamente, tornerà in prima linea con rinnovato entusiasmo. Negli ultimi anni aveva delegato molto e quando le cose vanno bene poi diventa difficile per un uomo del suo spessore mettersi al timone. Adesso che mancherà la mia esperienza, sono convinto che riassaporerà l'adrenalina che ti dà il campo e la scelta di nuovi uomini: sarà sempre lui a coniugare le sue grandi idee con le coperture economiche». Riawolgiamo il nastro, com'è iniziata la sua avventura con Pallacanestro Reggiana? «Grazie ad un grande amico come Piero Montecchi. Mi ero da poco laureato e venivo da un'esperienza editoriale preziosa, ma in cui non vedevo un futuro che premiasse le qualità che avevo. Lui fece il mio nome ad Elio Monducci che aveva bisogno di una figura giovane che gli facesse da ufficio stampa e responsabile delle relazioni esterne e Chiarino Cimurri, allora vice presidente, assieme a Licia Ferrarmi avallarono la scelta». Cosa ricorda di quel periodo? «Mi svegliavo con tantissima energia e facevo un po' di tutto: mi occupavo della biglietteria, del magazzino, tutte cose che mi sono servite. Monducci mi ha insegnato 'che bisogna mettere tutto nero su bianco'. Stefano Landi «E' il mio vero presidente Non si deprime mai e difficilmente si lascia andare» Una volta organizzai un concerto nell'intervallo di una partita: Paolo Belli doveva fare due canzoni da 5-6 minuti l'una. Ero già d'accordo, ma arrivai nell'ufficio del presidente e lui mi disse: non vedo niente di scritto, a questo livello la parola vale zero». Altri insegnamenti dei suoi presidenti? «Chiarino Cimurri era un mago del marketing e dell'area commerciale, avrebbe meritato una laurea ad honoris causa su come raccogliere le sponsorizzazioni e gestire le pubbliche relazioni: risolveva qualsiasi problema con una telefonata. Ho avuto anche tante tensioni con lui, però mi ha fatto crescere». Landi? «Lui è il vero presidente per me, mi ha dato titoli e taglio dirigenziale. Sapete come succede in questi casi: tu avresti voglia fare, ma poi iniziano a dirti che sei giovane, che devi aspettare...Fu lui a dirmi: tu sei il direttore generale. Dopo pochi giorni dalla nomina lo chiamai per confrontarmi, c'era da prendere una de- cisione importante: 'cosa ti ho nominato direttore generale a fare?', fu la sua risposta. Ama farti crescere, ma gli devi dimostrare di avere il carattere giusto. Lui è un esempio: non si deprime mai, ma diffìcilmente si lascia andare». Dopo di lui sono arrivati Ivan Paterlini e Licia Ferrarini. «Ivan è un uomo diverso da me, ma molto intelligente e intuitivo. Mi ha fatto capire che a volte pensi di avere ragione anche se non è così: ha la capacità di fiutare dove sta l'affare e che valore possa avere un uomo. Licia invece è la più sportiva di tutti, mi ha insegnato a tenere duro e a non mollare mai anche dopo le grandi delusioni. Lei c'è sempre stata, dall'inizio alla fine». La decisione migliore che ha preso al timone del club? «Puntare forte sulle coppe europee, adesso che tutta Italia vuole farle sono soddisfatto di aver intuito prima questo percorso. Prima di vincere l'Eurochallenge del 2014 avevamo un po' tutti contro, ma da quel momento abbiamo voltato pagina e Reggio non è più stata la provinciale di turno: il nostro volto è cambiato». La peggiore? «Ce ne sono state talmente tante che faccio fatica... Non essere riuscito a concretizzare l'idea di un nuovo palasport resta un ciuccio. Il patron Landi mi ripeteva spesso 'concentrati sul palazzetto': forse non avevo le competenze giuste, un nuovo impianto avrebbe dato un nuovo slancio economico e di immagine». L'allenatore a cui è più legato? «Qui ho un ciclista in fuga che è Max Menetti, quello che più di tutti ha saputo coniugare la parte aziendale con quella sportiva. E stato l'allenatore che mi ha ascoltato di più, con i suoi tempi di reazione, che spesso non sono i miei, ma sempre nella massima autonomia di scelta. Dopo di lui metto Dado Lombardi, motivatore eccezionale e di grande fantasia e poi Fabrizio Frates e Franco Marcelletti, bravo tecnicamente e molto intelligente: mi faceva lavorare i giocatori 11 mesi, la sua etica del lavoro è stata un esem- pio». Il giocatore a cui è più legato? «Piero Montecchi anche per i motivi che vi ho già detto, siamo cresciuti insieme al circolo equitazione, ma nel cuore ce ne sono altri...». Chi? «Basile, giocatore fantastico con una capacità unica di andare oltre i propri limiti: talento nella testa. Marco Carra anche lui in grado di superare tantissimi ostacoli, Gigli uno che giocava per la squadra e che non ha mai guardato una statistica. Poi Luca Infante, Andrea Cin-ciarini perché sapevi che ti avrebbe dto il 110%, la dimostrazione che puoi fare carriera anche senza un grande talento e poi Kaukenas...». Il lituano merita un capitolo a rarte? suo arrivo è stato una fortuna per tutti, soprattutto a livello di mentalità: eravamo convinti di essere dei vincenti e invece lui ci ha detto che non stavamo facendo nulla. Ci ha fatto capire che avremmo dovuto lavorare giorno e notte più de- Kaukenas decisivo «Eravamo convinti di essere dei vincenti: invece lui ci ha detto che non stavamo facendo nulla» gli altri. Non voglio dimenticare Dawan Robinson: ci ha aiutato a salvarci e poi ci ha portato in Al». Il momento più difficile? «La primavera del 2011 quando rischiammo la retrocessione nei dilettanti: eravamo praticamente morti, con tanto coraggio e un po' di fortuna salvammo la baracca. Sarebbe stata una delusione personale molto difficile da superare». Le finali scudetto? «Nel 2015 in gara 6 a Sassari sentivo che mi stavo cucendo lo scudetto sul petto. Ho il flash della squadra che torna in panchina sul +5 a 44 secondi dalla fine, pregustavo la vittoria e pensavo che la squadra decidesse di fare fallo e invece, per mille ragioni, abbiamo scelto di difendere...Il resto lo ha fatto quel tiro di tabella di Logan».