va' dove rimbalza il pallone Pianigiani, architetto del basket Così l'allenatore dell'Olimpia Milano ha vinto tutto e vuole farlo ancora E un figlio della Lupa, intesa come la contrada del Palio che due volte all'anno fa scendere in guerra Siena. E dalla di Umberto Zapelloni Lupa, Simone Pianigiani ha ereditato la fame. Da quando allena i giganti del basket si è messo in cassaforte 6 scudetti (più uno revocato), 3 coppe Italia e 7 supercop-pe italiane, più uno scudetto israeliano e una coppa turca. Domenica scorsa ha festeggiato la sua panchina numero 300 in serie A e soprattutto la sua vittoria numero 261. Fate una semplice divisione: significa l'87 per cento di vittorie. Da capo allenatore ha praticamente sempre vinto lo scudetto, tranne in Turchia quando se ne è andato dal Fenerbahce a metà stagione per sposare a tempo pieno la Nazionale. Ma non chiedetegli se gli è passata la voglia. Può rinunciare al dolce a fine pranzo, ma non al dolce che gli lascia in bocca il sapore di una vittoria. È quello l'unico momento in cui si permette di tirare il fiato, di fermarsi un attimo. Perché, anche se racconta che "Vincere o perdere non è un tema che mi appassiona perché è più importante il progetto che condividi", sa benissimo che il benedetto progetto lo puoi realizzare meglio vincendo. È la legge dello sport e di chi da ragazzino si è fatto prendere dal fascino di quel pallone arancione che rimbalzava a due passi da casa. A sentirlo parlare di progetti più che un allenatore ti sembra un architetto. segue a pagina quattro (.(. Se accetti le sconfìtte poi vinci tutto Pianigiani: "Non mi serve chi gioca per passione, il mio lavoro è cambiato V Ha inseguito progetti a Siena, in Turchia, in Israele, sulla panchina della Nazionale azzurra e da due anni a Milano, nella squadra più nobile e vincente del nostro basket, diventata anche la più elegante e la più ricca da quando se ne è innamorato Giorgio Armani. "Andandomene in Israele avevo detto che non sarei più tornato ad allenare in Italia, ma quando Milano si è fatta sotto e ho visto il progetto che c'era dietro non ho avuto dubbi", dice. Simone Pianigiani, nato il 31 maggio di 49 anni fa, non ha fatto fatica ad adeguarsi all'Olimpia griffata Armani. Sembrano fatti l'uno per l'altra. Gli piace vestire scuro, elegante e con il fisico che ha non fa "cadere" male gli abiti che gli arrivano dallo sponsor proprietario. Ma più che il look, a farlo entrare in sintonia con il mondo Armani è la ricerca esasperata della perfezione, la cura maniacale del dettaglio, l'etica inflessibile del lavoro che ogni tanto sfuggiva a chi è venuto prima di lui. "Non facesse il coach lo vorrei come manager in azienda", ha detto di lui Livio Proli che se dell'Olimpia è il presidente dal 2008, del gruppo Armani è general manager da molto prima. Alla domanda se stressa i suoi collaboratori, Simone risponde con un "Sì" convinto. È anche quello figlio del progetto: l'anno scorso l'Olimpia ha giocato 76 partite tra campionato e Eurolega, l'anno prossimo con l'allargamento dei campionati potranno diventare più di 90, addirittura oltre 100 per i giocatori impegnati con le nazionali. Di fronte a una mole di lavoro simile, la programmazione deve essere perfetta e la cura del dettaglio pure. I giocatori di Milano sono curati da 5 aiuto allenatori, 3 preparatori, 3 fisioterapisti, 3 medici, un osteopata, un magazziniere e monitorati con telecamere, sensori, gps, cardio frequenzimetri. "Per ogni gio- in settimana e dipende dalla condizione fisica, dall'età, dai minuti gioca- ti... Anche gli allenamenti non sono più quelli di una volta. Io ero dell'idea che dovessero essere più duri delle partite, oggi non è più possibile. Non puoi reggere quell'intensità se giochi 3 volte alla settimana. Dobbiamo lavorare con persone di generazioni e di culture diverse, ogni aspetto va curato e oggi il lavoro sulla testa è importante come quello sul corpo. Devi saper entrare nella testa dei giocatori, per vincere la forza mentale è essenziale". Le sue giornate, quando non è in trasferta, le passa in sede al Forum di Assago dove l'Olimpia si è fatta una casa all'altezza con le grandi di Eurolega. Dalle 10 alle 20 è tutto una riunione, una video seduta, un allenamento. E magari quando torna a casa sotto le torri di City Life, scatta la registrazione di una partita. "Non voglio passare per monomaniacale. Quello che faccio mi piace, la mia vita è qui dentro. E poi parlo, mi confronto, viaggio, incontro gente. Certo un film, un libro, un po' di musica non mancano. Ma ammetto di essere dedito al 100 per cento al mio lavoro ed è per questo che non mi vedo in panchina tra 20 anni. Non è un ritmo che si può tenere per tutta la vita". Una cosa è certa, non lo vedremo in Nba, non è un mondo che lo attira, anche se pure lì va a cercare idee, esempi, modelli. Pianigiani è un esteta del basket, insegue il bello proprio come re Giorgio. Uno lo fa con tessuti, linee più o meno morbide, tagli geniali, l'altro amalgamando uomini arrivati da ogni parte del mondo. Gli è riuscito a Siena perché se anche la società truccava i bilanci, lui la squadra la faceva giocare a meraviglia. Gli è riuscito in Israele dove l'avversario della porta accanto si chiama Maccabi. Anche con l'Italia dove ha vinto 76 delle 109 partite giocate, stava raggiungendo il Paradiso, ma troppi infortuni agli uomini chiave lo hanno bloccato. Con Milano si è già portato a casa due super-coppe e uno Scudetto. Facile con il budget garantitogli da Armani, dicono i suoi nemici. Ma anche qui il suo progetto non è banale: "In Italia vo- gliamo fare qualcosa per cui essere ricordati". Che tradotto in parole povere, ma belle significa: vincere Su-percoppa, Coppa Italia e Scudetto. E già rivincere lo Scudetto sarebbe qualcosa che all'Olimpia non succede dagli anni Ottanta, quando in panchina c'era Dan Peterson, uno dei suoi modelli. "Il libro di Dan, Basket essenziale, è stato uno dei testi su cui mi sono formato come allenatore. Ma ho cercato di prendere il meglio da tutti quelli che ho incontrato e visto lavorare. Un allenatore deve avere la sua personalità, essere se stesso sempre, ma deve avere la capacità di assorbire il meglio dagli altri". Nel basket molto più che nel calcio i grandi allenatori non sono stati grandi giocatori. Ci sono più Sacchi, Mourinho e Sarri che Guardiola, Ancelotti o Conte. Peterson e Bianchini furono i capostipiti, ma poi sono arrivati Messina, Sca-riolo, Pianigiani. "Io ho smesso col basket giocato quando ho capito che non sarei arrivato da nessuna parte. Ho fatto le giovanili e le serie minori, ma quando mi trovai davanti al bivio andare a giocare lontano da Siena in un campionato minore o cominciare ad allenare seriamente le giovanili della Mens Sana non ho avuto dubbi. Mi piaceva e lì ho visto la possibilità di una carriera. Sono partito dal minibasket e sono arrivato qui. Nel basket devi cominciare a studiare presto, forse per questo ci sono meno ex giocatori in panchina anche se ricordo che Charlie Recalcati di cui sono stato vice mi ha insegnato tanto". "Divido i giocatori in due categorie: quelli che giocano per passione e amore del gioco e quelli che giocano per vincere. Merce rara. Quest'anno qualcuno in squadra lo abbiamo. E non è solo quello che segna i tre tiri liberi decisivi a tempo scaduto, ma è quello che trascina gli altri. Quello che dà l'esempio, quello che anche in allenamento e nello spogliatoio ti fa capire che lui vuole vincere". Pianigiani è alla ricerca continua di queste perle. Uomini che si contendono tutti i grandi club di Eurolega. Non si vince con 1 mercenari, si vince con gente così. Gente che poi bisogna saper gestire: "Nel tempo il lavoro dell'allenatore è cambiato. Non ci sono più le trasferte in pullman dove guardavamo tutti lo stesso film o le serate a giocare a scopa attorno a un tavolo. Oggi in squadra ci sono uomini e ragazzi molto diversi, devi lasciare che si isolino, che si chiudano nel loro iPad, nella loro musica, si disconnettano da chi sta loro attorno per connettersi con il loro mondo, i loro interessi. Devi capire quando hanno bisogno di farlo. Ma poi devi fare in modo che in campo, nello spogliatoio, tornino a ragionare da squadra. È lì che l'allenatore deve lavorare. E fare squadra significa capire che puoi rinunciare a un tiro, a un passaggio, a un minuto in campo per il bene del team. Accettare un ruolo, capire che per vincere devi pensare all'obiettivo finale e non per lo score personale. Solo così arrivano le vittorie, i giocatori ormai hanno capito che oggi la stella non può vincere da sola. Paradossalmente siamo nel momento più individualista di sempre, ma mai come oggi c'è bisogno di fare squadra per vincere. Nello sport, ma anche nel lavoro, nella vita. E solo vedendo la squadra comportarsi così accetti le sconfitte perché oggi so bene che in una stagione da 80 partite verrà la settimana in cui ne avrò tre infortunati, due col raffreddore, uno con la luna storta e dovrò accettare di perdere una partita". Perdere una battaglia per vincere la guerra. Non lo dicevano Napoleone, Churchill o Sun Tzu, ma il concetto è chiarissimo. Umberto Zapelloni