IL PERSONAGGIO «GIOCARE A PESARO MI PROVOCAVA UN'ANSIA INSOSTENIBILE, PER QUESTO ME NEANDAI. SONO GRATO ATUTTE LE PERSONE CHE HANNO LASCIATO UN SEGNO IMPORTANTE SU DI ME» «Il basket mi ha salvato la vita» Maggioli ripercorre la sua carriera L'addio dopo 22 anni meravigliosi Ricordi «Ero un bambino nel corpo di un gigante, poi arrivò la svolta» di Elisabetta Ferri ¦ Pesaro A 41 anni, Maggioli dice addio al basket: quante dediche in questa carriera straordinaria? «In 22 anni tanti hanno lasciato il segno su di me - dice Michele -, non solo coach e compagni, ma anche arbitri, giornalisti, tifosi: parliamo sempre di persone e ciascuno, a suo modo, mi ha aiutato nella crescita personale e nella consapevolezza di chi volevo essere». Però nella tua lunga, commovente, lettera di commiato su Facebook scrivi che c'è una persona che ti ha dato il via: chi è? «Renzo Amadori, il mio professore di educazione fisica delle medie, al quale ho regalato la mia ultima canotta indossata a Imola - rivela il pivot -. In prima media ero già alto 1,78 e mi sentivo molto a disagio. Lui mi prese da una parte e mi disse: Michele, di ragazzi come te ne nasce uno ogni vent'anni. Mi fece sentire speciale. Poi, a mia insaputa, mi iscrisse al torneo delle scuole per non tesserati che faceva la Scavolini per trovare nuovi talenti. Ero terrorizzato, invece vincemmo quel torneo e capii che se fino a quel momento mi sentivo solo una macchietta, forse la mia vita poteva cambiare in meglio». A causa della tua grande bontà sei stato un facile bersaglio? «Può essere, ma io non sono uno che si porta dietro rancori, la mia compagna mi dice sempre che ho un sistema di rimozione formidabile dei brutti ricordi. Credo alla buona fede delle persone». Ora ci spieghi perché non sei stato una bandiera bianco-rossa come avrebbe potuto essere uno dei pochi pivot di alto livello nato a Pesaro? «Intanto sono di Montecchio, cresciuto a Osteria Nuova - ride -. Il fatto è che dopo alcune buone esperienze con la Scavolini agli inizi degli anni Duemila, soprattutto di ritorno dal prestito di Avellino dove nel 99/00 avevo fatto bene, nell'estate del 2002 ero in scadenza di contratto. Ricordo che Ario Costa, allora dirigente, venne in auto fino a Bormio, dov'ero in ritiro con la Nazionale, per sottopormi un triennale importante. Fui io a rifiutarlo - ammette -. Perchè? Non avevo la maturità per gestire l'ansia che provavo vestendo la maglia della Vuelle, ero troppo auto-critico e, oltre a star male io, finivo per trasmettere questo malessere ai miei familiari. I miei erano gente semplice, che lavorava sodo e non sapeva quasi nulla del basket: mio padre faceva il muratore, mia madre carteggiava le sedie. Quella di andare via da Pesaro fu una scelta liberatoria, anche se molto sofferta». Però, dopo una strana stagione fra Siena e Reggio Emilia, il vero 'Maggio' esplode a Jesi nel 2004: e l'inizio di un matrimonio lunghissimo... «Che purtroppo cominciò con una retrocessione. Nessuno venne a cercarmi quell'estate, nonostante avessi fatto un gran campionato e quando l'Aurora mi propose un pluriennale decisi che meritavano il mio sacrificio, così scesi in A2 con loro e mi legai così fortemente al club, una vera famiglia per me, che fui capace di un altro rifiuto clamoroso per la parola che avevo dato. Non l'ho mai raccontato». Un uomo onesto «Rifiutai un biennale da Milano perché avevo già stretto la mano ai proprietari dell'Aurora Jesi» Vuoi farlo oggi? «Era l'estate del 2007 ed ero invitato al matrimonio di Bulleri, quando mi venne vicino Corbelli, che allora controllava Milano, proponendomi un biennale: io non avevo ancora firmato il nuovo contratto con l'Aurora ma ormai eravamo d'accordo su tutto e io avevo stretto la mano ai proprietari. Così dissi di no. Il mio agente ancora me lo rimprovera». A proposito di agente, 22 anni con lo stesso e un'eccezione in questo mondo: la ragione? «Stefano Meller era all'inizio della sua carriera quando lo scelsi, pen- sai che siccome aveva solo me nella sua scuderia mi avrebbe dedicato più attenzione. E' stato per me come un fratello». C'è una partita che ricordi con particolare piacere? «Sono davvero tante... però, così d'istinto, mi viene da dire l'ultima zampata a Imola nel derby con Forlì che fu decisiva per la salvezza e una con la Nazionale che giocammo a Pesaro, dove per me era sempre un esame. Myers mi disse, sta tranquillo Michele che oggi li zittiamo tutti: mi fece 5/6 assist favolosi e andai alla grande». Eppure alla Nazionale a un certo punto hai detto basta: perche? «Mi convocavano sempre e non mi portavano mai alle manifestazioni. Ormai avevo 28 anni e mi permisi di dire a Recalcati che forse non ero adatto al suo gioco. Mi richiamarono 2-3 anni dopo e dissi di no: mio figlio era nato da due settimane e volevo stare con lui». Un bambino speciale anche Matteo? «Direi di sì: fa la quarta elementare ed è già alto 1,60 - sorride -. Ha provato con il basket, ma adesso gioca portiere nel Montelabbate, si diverte un mondo e lo lascio libero. Gli dico sempre: fai quel che ti piace, perché se davo retta al nonno a quest'ora facevo il muratore». Invece cosa farai? «Questo ancora non l'ho deciso, sono un tipo riflessivo e voglio far posare un po' di cose dentro di me. Anche Rafia (Calloni - ndr), la mia compagna, ha smesso con la pallavolo, quindi dobbiamo rimodularci: lei però è già ripartita, ha fatto un corso di mental coach. A me piace curare il fisico, l'alimentazione, magari facciamo qualcosa insieme». Maggioli in maglia Scavolini e con la Nazionale FEDELTÀ 'Maggio' ha passato ben 10 stagioni a Jesi con l'Aurora Il WBWMAMH E ^^^^^^^^^^^* «\[ basket mi ha salvato la vita»! Maggioli ripercorre la sua carriera] L'addio dopo 22 anni meravigliosi Kart^iEr^ji^mblrmiekDrp^ujf^iMriJ^nl "~" '