Vent'anni fa la magica Stella Vent'anni fa, proprio 1' 11 maggio, i mitici Roosters battevano Treviso conquistando il decimo scudetto e scatenando la festa di tutta Varese. Pigionatti e Sciascia alle pagine 36-37 BASKET LoSCUDETTO dell 999 ANNI di GIANCARLO PIGIONATTI Assalito da più sentimenti che sembravano esplodere dentro di me, ero rimasto trattenuto coi piedi per terra dal lavoro che mi aspettava. Confuso tra eccitazione e freddezza, raggiunsi la redazione per raccontale ai lettori la notte della Stella, costretto dall'impossibilità, come Pigio al dovere, di abbandonarmi alla pazza gioia di un'intera città. Come mettere un "preservativo" alle emozioni, ancora più forti, avendo quel prezioso "fagotto" sotto la giacca, per strada, verso F auto. Era la maglia di Gianmarco Pozzecco il quale, dopo un bagno di folla, se l'era tenuta addosso per donarmela privandosi, incredibilmente, di un "ricordo-reliquia" della propria storia. Sin dalla sua prima apparizione a Varese ero rimasto stregato dalla selvatichezza del suo modo d'essere in campo, disincantato e martellante, geniale e sfrontato, sicuro sino all'eccesso, delle sue prodezze. Piedi veloci e talento in versione "Matthews bianco": il paragone mi parve calzante con quel fuoriclasse qual era Wess. A colpire era l'impressionante facilità con cui Gianmarco "dribblava" gli avversari, piuttosto mi chiesi se passare la palla a un compagno non fosse per lui una vera violenza. Il primo rapporto tra Pozzecco e Dodo Rusconi fu singolare ma, soprattutto, fastidioso per il giocatore che, pur provenendo dalla Serie Al, dovette sostenere, a suo dire per ordine del coach, una specie di provino con elementi di serie C e D sui campetti all' aperto del Campus. Ed a sconvolgerlo fu all'indomani la corsa su per le Cappelle, verso il Sacro Monte con tale Bellina in prova. Così raccontava Gianmarco della sua prima esperienza con l'allenatore, sentendosi stroncato nei suoi primi entusiasmi varesini, ancorché insensibile alle buone intenzioni del Dodo che, da tecnico serio e sapiente, avrebbe voluto inquadrarlo a un po' di disciplina, poi preziosa in gara nel ruolo di regista. La sua insofferenza diventò più acuta nel tempo, sentendosi "imprigionato" come in una camicia di forza, Inevitabilmente si giunse al dilemma: o lui o Pozzecco. Uno dei due era di troppo. Su queste colonne provocai un dibattito che orientò la società a sacrificare il tecnico. Sudore e sangue, come simboli del raggiungimento di un trionfo, avevano realmente "inondato" la sua maglia nell'ultimo guerresco assalto al titolo di fronte a una Benetton non doma, come dimostrò il caliente Nicola che, con una gomitata, gli ruppe il naso. In quella magica notte si avverò quel "capolavoro di più autori" che ebbe inizio attraverso la guida sicura e intelligente di Carlo Recalcati, cui mancava un trofeo dopo anni di stimata militanza. Già, ma ci voleva proprio un canturino per vincere uno scudetto atteso ventuno anni? Fu il colmo dei colmi. Ad alleggerire l'ironica combinazione erano i natali milanesi del coach, scelto da Edo Bulgheroni e Gianni Chiapparo di comune e forte intesa. La società, nel volere un allenatore "aziendalista", individuò in lui l'uomo giusto. Il contratto non si fece attendere: circa 150 milioni lordi di vecchie lire che diventarono poco di più ma netti all'inizio dell'anno "giubilale" per decisione, senza trattative, del presidente. Recalcati, a differenza dei suoi colleghi, ebbe subito una geniale intuizione sul conto di un Pozzecco ingestibile, da non provaici nemmeno, rimandando ai compagni la consapevolezza del loro rapporto con il play. Fossero stati anche dissidi sotterranei, essi andavano "estirpati" sul nascere, tant'è che Recalcati raccomandò a tutti, accettato il compagno, di sopportarne i "vizi" avendo in cambio fior di prestazioni, utili al collettivo. Del coach impressionavano modi, metodi e scelte, da padrone qual era della tranquillità mentale ed emotiva dei suoi giocatori che non assillava né riprendeva platealmente in caso di mancanze. Come quelle lasciate correre non senza disapprovazione a Pozzecco quando si presentava in ritardo - e non di pochi minuti - alle riunioni tecniche del sabato pure sotto gli ocelli di un divertito presidente, probabilmente compiaciuto d'essere a capo di una tribù a parte. E che dire ancora del play allorquando, dopo un' azione travolgente, saliva in piedi alla balaustra, proteso verso gli spalti per condividere le sue estasi con la folla mentre Abbio e Rossini, suoi avversari diretti, ovviamente in circostanze diverse, filavano in campo opposto per segnare indisturbati? Edoardo Bulgheroni, da presidente, era un predestinato a vincere, dotato di un perentorio decisionismo, tipico dello scommettitore che sfida il rischio con chiara cognizione della realtà e grande positività, ancorché sonetto dalla profonda cultura cestistica di famiglia, ben solida nel padre Toto e nel nonno. Nella presentazione della squadra a Villa Recalcati, con madrina l'avvenente Martina Colombari, presa laparola, F Edo non fece il solito e banale discorso dei buoni auspici ma, come una freccia diretta sul bersaglio, profetizzò la conquista dello scudetto. Qualcuno pensò a un' uscita stravagante ma, più profondamente, la sua era una convinzione motivata dai valori della squadra. Recalcati si limitò a un quarto posto con quel suo ostinato realismo, salvo poi guidare i Roosters come primo assertore convinto di un potenziale successo. Ogni giorno di quell' estate il presidente pressava Gianni Chiapparo ben sapendolo fervido di idee e proposte, affinché gli indicasse un giocatore "buono" da prendere. E venne Mrsic che il diesse aveva già seguito F anno prima. Chiappalo andò alla carica, nonostante un potente interesse di Granada che gli offriva 230mila dollari Veljko non ci pensò un istante nello scegliere Varese pur guadagnando 50mila dollari in meno. L'ingaggio di Galanda fu un colpaccio come lo era stato l'anno prima quello di De Poi che l'Edo portò a casa, cartellino compreso, senza dover sganciare un centesimo, accollandosi F ingaggio (chea 450 milioni lordi), tant'è che, di ritorno da Milano, raccontandomi dell'incontro con il massimo diligente dell'Olimpia che s'era mostrato soddisfatto dell'operazione, parve come folgorato da un atroce dubbio. «Sarà mica finito», fu il suo pensiero. Si diceva di Galanda: poco utilizzato dalla Fortitudo, poteva essere un'idea costosa ma realizzabile. Bulgheroni si fiondò e lo "catturò" ben sapendo di dover spendere 500 milioni per il suo compenso ma senza una lha versata per il prestito. Un ambizioso progetto richiede audacia e innovazione che l'Edo sfoderò attraverso un'immagine nuova della squadra, targata Roosters, che evocavano "galletti da combattimento", con relativa immagine stile cartoon sulle canotte. Pressoché sconosciuto era il giovane Santiago dovendo la società fidarsi delle prospettive illustrate da Chiapparo che F aveva seguito ai Mondiali di Atene nel Portorico. Quindici minuti a gara, non malaccio a rimbalzo e in difesa: quella di Santiago fu una vera scommessa. Alto come un grattacielo, apertura di braccia spaventosa, era un naturale intimidatore ma ancora tutto da scopine a canestro: gli inizi furono poco incoraggianti e presto 'piovvero" critiche. Toto intervenne a suo modo, suggerendo al figlio di poter riconsiderare la presenza del portoricano, ma Edo tirò dritto ripagato poi da tanto acume. Guardando i Roosters in campo e in panchina non ci si poteva non accorgere delle impressionanti risorse tecniche di cui era dotata la squadra, non dimenticando la presenza di Cecco Vescovi difensore e assaltatore di spessore nonché "bandiera". A far lievitare il valore di Varese fu in realtà FEurolega, attraverso le sfide con avversarie potenti, basti pensare che il Pozzecco "peggiore" in quelle gare era il migliore in campionato. Quella competizione fu davvero performante: la squadra, pur perdendo, faceva esperienza in fisicità e mentalità. I Roosters trovarono sempre più convinzione e sicurezza, nemmeno la broncopolmonite che appiedò Pozzecco per un po' di tempo sfasciò la compattezza della squadra, ormai super resistente, pure allo scioccante battutone di Treviso (furono 47 i punti di scarto subiti) e alla sconfitta patita a Masnago dalla Fortitudo che costò il primato nella "stagione regolare". Scavalcata nei quarti contro Rimini, la semifinale con la Virtus diventò decisiva a Bologna, dove fu Andrea Meneghin a realizzare il canestro della vittoria con la freddezza del campione. Non poteva essere diverso il destino di Varese e del suo "figlio prediletto", costruito in casa attraverso attenzioni amorose sempre corrisposte. Fu suggestiva e solenne F accoglienza della città che nella notte, attraverso luccicanti rotori piazzati in alcune locazioni, dette il bentornato ai Roosters finalisti. Già si respirava un'aria frizzante di gloria, tra sogni e realtà, in vista della finale con la Benetton, pure con la "bella" a Masnago. Molti forse se la sono dimenticata gara-1 che Varese fece sua solo dopo un supplementare. Il fantastico bis fu piazzato a Treviso, mancava solo F atto finale in una Masnago eccitata e gremita ben oltre la sua capienza. E scudetto fu. Quei playoff superbi non ebbero alcun segreto se non quello della leggerezza d'animo con la quale i Roosters li affrontarono. Dietro una storica conquista di gruppo vi sono le persone, tutte importanti nei propri ruoli seppur nelle retrovie. Una figura speciale era quella di Sandro Galleani, curatore di atleti, risanati nel fisico e di uomini rasserenati neUo spirito allorquando, confidenzialmente, si rivolgevano a lui per togliersi dall' assillo di un tormento. Altre firme dell'Impresa sono quelle di Dodo Colombo e Cedro Galli, valenti assistenti-allenatori, di Armando Crugnola, benvoluto team manager, di Mario Carletti, il dottore che ebbe il merito, oscuro ai più, delle "diete playoff' imposte dopo gare ravvicinate, e di Cecco Lenoni, preparatore atletico molto seguito. All'indomani di quell'indimenticabile notte, più di quarantamila copie della Prealpina furono bruciate in poche ore. E da quel giorno di venti anni fa c'è una Stella che illumina la grande storia della nostra amata Pallacanestro. © RIPRODUZIONE RISERVATA